Giulio come essere giornalista a Londra

Categoria: IMDL - COME COSTRUIRE IL PROPRIO FUTURO

Come e quando nasce l’idea di The Post Internazionale?
The Post Internazionale nasce nell’aprile del 2010 a Roma da un’idea di Giulio Gambino e su iniziativa di un gruppo di studenti sotto i 25 anni. Dal 23 dello stesso mese esce per la prima volta sul web. A novembre 2012 viene lanciato un portale completamente rinnovato e viene siglata la collaborazione con Limes,  la rivista italiana di geopolitica. Il 7 novembre del 2012, infatti, il giornale è stato presentato a Roma da Eugenio Scalfari,  Lucio Caracciolo e dal direttore Giulio Gambino come un “prodotto prevalentemente legato ai fatti e separato dalle opinioni”. Raccontare ogni giorno storie dal mondo con reportage e inchieste, partendo dal particolare per spiegare i grandi fenomeni globali. La versione online de la Repubblica ha definito The Post Internazionale “un sito per raccontare la politica estera con le migliori firme del settore.”

Perché hai deciso di lasciare l’Italia e quanto il tuo trasferimento a Londra ha influito sulla nascita del The Post Internazionale?
Ho lasciato l’Italia per studio. A Londra ho finito il liceo (ma ho anche la maturità italiana) e iniziato l’università. Il mio trasferimento a Londra ha influito moltissimo per la nascita di The Post Internazionale. Una visione globale delle cose ha stimolato in me l’interesse di raccontare il mondo. I giornali che leggevo qui – soprattutto i settimanali – esemplificano questo aspetto peculiare che è risultato fondamentale. Tra gli altri modelli da cui prende spunto il giornale, infatti, quelli dell’International Herald Tribune,  la versione globale del New York Times, di Foreign Policy e di The Economist sono stati tutti importanti. The Post Internazionale racconta storie di politica internazionale con reportage,  servizi e inchieste. La formula è quella dell’approfondimento quotidiano, rendendo più chiara la politica internazionale tramite uno stile semplice e diretto ma al tempo stesso coinvolgente e fruibile per il lettore (Il giornalista è tale quando si fa capire dal lattaio dell’Ohio, come diceva Indro Montanelli).
Oggi d’altra parte quella che viene comunemente chiamata politica estera o politica internazionale è caratterizzata da due poli: le analisi politiche e accademiche da un lato e le agenzie di stampa o i mass media che ‘strillano’ le notizie dall’altra. Nessuno di questi due modelli tuttavia rende del tutto comprensibile la politica internazionale. Per esempio: durante la rivoluzione del Cairo di Piazza Tahrir, circa 200 mila persone sono scese per le strade a urlare la loro rabbia contro Mubarak. Il contorno, il dietro le quinte, il retroscena di quello che accadeva su una città da quasi 20 milioni di abitanti come è il Cairo non veniva raccontato e non rendeva giustizia alla situazione generale. Questo non faceva infatti comprendere a pieno la rivoluzione d’Egitto. Sia chiaro: raccontiamo e diamo anche noi le notizie, ma proviamo a farlo attraverso le storie più comprensibili e complete. Noi cerchiamo di far avvicinare la gente al mondo, facendogli vivere storie e aspetti alla portata di tutti e in grado di stimolare riflessioni.

Quanto ha pesato sulla nascita di The Post Internazionale la tua esperienza all’Espresso e “la  tua posizione di partenza privilegiata” come tu stesso l’hai definita in un’intervista?
Decisamente molto. La posizione di partenza privilegiata, così come l’Espresso del resto, mi hanno aiutato e hanno favorito la nascita di The Post Internazionale. Questo non ha potuto fare altro che migliorare la qualità del giornale e renderlo più professionale. Quanto al discorso raccomandazioni e facilitazioni, la penso così: ciascuno di noi può essere figlio, nipote o fratello di chicchessia, ma se poi non si è all’altezza la differenza con la qualità altrui si nota subito. Io ritengo di aver amministrato bene quello che mio nonno mi ha lasciato culturalmente e giornalisticamente parlando. Ma non credo che questo abbia una rilevanza tale da poter influire il futuro del giornale o della mia carriera.

Che differenze ci sono  tra l’essere giornalisti in Italia ed esserlo invece a Londra? E quali le reali possibilità di inserimento?
Credo ci siano differenze strutturali. A Londra – al di là del percorso universitario – si è da subito inseriti in un percorso professionale e più pratico sin da subito. In Italia i tempi sono diversi, e molto più lenti. Inoltre, in Italia il discorso età è fondamentale. Gli under 30 non hanno accesso ai posti di lavoro e non viene assegnata loro responsabilità per via della mancanza di un ricambio costante. Per di più, in Italia vige incontrastata la realtà che il giornalismo di qualità sia quello legato alle opinioni personali, agli editoriali, ai commenti. Con questo si è perso il ruolo centrale del giornalista di reporter e information giver, facendo risaltare ai giovani d’oggi la figura del commentatore, che scrive da casa e raccoglie poche informazioni, dati e testimonianze sul campo. Questo è avvenuto per due motivi: sia per mancanza di fondi con cui pagare i giornalisti inviati sul campo (e all’estero: vedi la sempre minore presenza di corrispondenti italiani nel mondo) ma anche perché – al di là della più o meno legittima presa di posizione politica – le opinioni spesso contano di più dei fatti. Anche per questo noi abbiamo una figura come quella del fact checking man, ovvero quello che corregge le bozze ma che controlla anche i contenuti di ciascuno articoli. Per un’informazione corretta.

La scelta di utilizzare il web come unico canale per raccontare le storie del mondo da cosa è stata dettata?
Perché il web sembra essere il futuro, più che la carta. E poi per una questione di convenienza: sarebbe difficile fare un giornale come il nostro, tanto ambizioso quanto innovativo, su carta.

Qual è la differenze tra The Post Internazionale e gli altri prodotti editoriali che si trovano sul web?
La vera differenza sta nel fatto che noi raccontiamo il mondo, gli altri – quei pochi che lo fanno – lo spiegano. Non ci sono molti giornali che raccontano il mondo con reportage, servizi e inchieste da tutto il mondo. La nostra fortuna è che abbiamo giovani competenti e professionisti (molti dei quali già collaboratori di testate del Gruppo Espresso) capaci di raccontare il mondo in presa diretta sul campo. Questo riduce notevolmente i costi di inviare un giornalista in loco di volta in volta. Noi siamo una squadra già costruita nel mondo.

Quali soni i progetti futuri per il The Post Internazionale?
Continuare a crescere molto e ottimizzare la collaborazione con Limes, la rivista italiana di geopolitica. Ottenere fondi importanti per rinnovarci costantemente e incrementare il nostro lettorato. Così come il nostro seguito sui social network.

Cosa significa per te vivere a Londra? Cosa offre Londra ai giovani?
Ritornerai in Italia?
Londra è stata un’opportunità e poi anche una scelta definitiva. Per il futuro non sono ancora certo di rimanere qui o meno. Londra offre moltissimo se hai voglia di lavorare e fare le cose per bene. Londra per me vuol dire lavoro e crescita.

Quali consigli ti senti di dare a chi volesse intraprendere una scelta come la tua?
Credo che quello del giornalismo sia uno tra i mestieri più affascinanti al mondo. Ma per farlo non basta la semplice volontà di essere giornalisti, bisogna volerlo fare per una passione forte. È un mestiere dal quale non si stacca mai, è quindi fondamentale essere curiosi e spingersi sempre più in là. L’importante è provare, sbagliare e andare sempre avanti. Giorno dopo giorno. Con pazienza e grande determinazione. Bisogna andare sul campo e iniziare a lavorare da lì. Raccogliendo dati e testimonianze e scrivendo in maniera semplice e chiara.

Link www.thepostinternazionale.it
Facebook www.facebook.com/ThePostInt

A cura di Cristina Romagnolo

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